DEMOETNOANTROPOLOGICO (DEA)

TIPOLOGIA DEI BENI E STRATEGIA DI TUTELA

Vasellame in rame in piazza Duomo all’AquilaCostumi tradizionali e lavori artigianali a ScannoProcessione di San Domenico a Cocullo

Da sinistra verso destra: vasellame in rame in piazza Duomo all’Aquila; costumi tradizionali e lavori artigianali a Scanno; processione di San Domenico a Cocullo. Immagini tratte da E. Tomassi e B. Ruffini, L’Aquila e Provincia – arte e paesaggio, (ENIT: 1976).

L’articolo 10 del Codice dei beni Culturali (D.Lgs 42/2004) stabilisce che «sono beni culturali le cose immobili e mobili […], che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico». Il riconoscimento del patrimonio demoetnoantropologico (DEA) come Bene Culturale, alla stessa stregua delle opere d’arte e dei beni archeologici, archivistici e librari, è il risultato di una considerazione sempre più allargata dei valori da identificare, tutelare e trasmettere, volta a preservare la complessità delle espressioni dell’esperienza umana.

Allo scopo di definire meglio tale complessità, alla distinzione immobile/mobile tradizionalmente utilizzata per distinguere il patrimonio storico-artistico ed archeologico, si è più tardi affiancata quella materiale/immateriale. Già introdotta dall’ICCD nel Glossario 2002 relativo alle schede BDI e BDM (rispettivamente, beni DEA immateriali e materiali), essa è divenuta sempre più di uso comune dopo l’entrata in vigore della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco del 2003, della Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali del 2005 e la Convenzione quadro sul valore del patrimonio culturale per la società, la cosiddetta Convenzione di Faro, ratificata dal Parlamento italiano con LEGGE 1 ottobre 2020, n. 133.

In realtà tale approccio era già da tempo diffuso nell’ambito disciplinare di riferimento. Scriveva l’antropologo abruzzese Alberto Cirese nel 1996: «Dal punto di vista della loro costituzione materiale, in Italia i beni demologici sono di tre tipi perché ai beni immobili (edifici e simili) ed a quelli mobili (ex voto o aratri, per esempio) si aggiungono i beni che ho proposto di chiamare volatili: canti o fiabe, feste o spettacoli, cerimonie e riti che non sono né mobili né immobili in quanto, per essere fruiti più volte, devono essere ri-eseguiti o rifatti, ben diversamente da case o cassepanche o zappe la cui fruizione ulteriore […] non ne esige il ri-facimento. […] Questi beni volatili […] sono insieme identici e mutevoli […] e vanno perduti per sempre se non vengono fissati su memorie durevoli.» (in Pietro Clemente, Graffiti di museografia antropologica italiana, Siena, 1996, p. 250-251)

La tutela e la valorizzazione degli aspetti tangibili e non tangibili dei beni DEA, passa attraverso azioni consuete - la conoscenza, la documentazione, la catalogazione degli stessi - e strategie innovative, necessariamente dipendenti dalla natura “volatile” di gran parte di questi beni, e dalla necessità di essere “ri-eseguiti”, dal loro essere allo stesso tempo identici e continuamente diversi. Tali strategie non possono prescindere da un contatto costante con le comunità locali e con le istituzioni e le associazioni territoriali, ossia i principali fautori della loro conservazione e promozione. (ADF)